Quando una persona riceve una diagnosi di demenza, il mondo attorno cambia. Cambiano i ritmi, le parole, i silenzi. Ma non tutto è inevitabile declino. Negli ultimi anni, accanto ai trattamenti farmacologici, la ricerca e la pratica clinica hanno mostrato quanto le terapie non farmacologiche, se integrate con le cure mediche, possano contribuire in modo concreto a migliorare la qualità della vita delle persone con demenza — e di chi sta loro accanto.
Non si tratta di alternative ai farmaci, ma di alleati silenziosi e potenti. Interventi strutturati, basati su metodi precisi, capaci di stimolare ciò che nella persona è ancora presente e funzionante, anziché limitarsi a gestire i sintomi.
Tra le più efficaci c’è l’ergoterapia, che aiuta il malato a mantenere l’autonomia nelle piccole cose di ogni giorno: vestirsi, preparare un pasto, muoversi negli spazi noti. Sostenere ciò che la persona può ancora fare, adattando l’ambiente e i compiti, non è solo pratico: è profondamente umano. Un modo per dire “sei ancora tu, anche se diverso”.
La logopedia, spesso sottovalutata, si rivela fondamentale sia nelle fasi iniziali, quando le parole iniziano a sfuggire, sia in quelle più avanzate, quando anche deglutire diventa difficile. Un supporto che va oltre la comunicazione: protegge la salute, la sicurezza, la relazione.
Poi ci sono gli approcci più creativi, ma tutt’altro che marginali. La musicoterapia, ad esempio, risveglia emozioni e memorie attraverso melodie familiari. Anche chi ha più difficoltà ad articolare delle frasi, spesso riesce a cantare. Un ricordo musicale, a volte, resta dove le parole si sono spente.
Con la arteterapia, si lavora con colori, forme, gesti: mezzi alternativi per esprimere ciò che dentro c’è, ma non riesce più a uscire. Si stimolano funzioni cognitive e motorie, si dà voce al non detto, si placa l’agitazione.
C’è poi il Programma Montessori per la demenza, ispirato all’approccio educativo ma adattato ai bisogni di chi vive una fase avanzata della malattia. Le attività vengono proposte con rispetto, stimolando l’interesse e l’inclusione nella vita quotidiana, senza infantilizzare, ma valorizzando ogni residua abilità. È un modo per restituire senso, anche quando le parole sembrano dire che senso non c’è più.
E non mancano terapie con gli animali, orti terapeutici, reminiscenza guidata, attività sensoriali. Ognuna con un obiettivo comune: non fermarsi alla malattia, ma partire dalla persona.
Purtroppo, in alcune realtà, per mille motivi, ci si affida ancora a metodi obsoleti, a laboratori che sembrano più occupazioni del tempo che interventi mirati. Si confonde l’animazione con la terapia e si trascura il fatto che ogni gesto può essere stimolo, ogni attività un’occasione di vita.
Chi ha accanto una persona con demenza – sia un familiare, un professionista o un operatore di un centro – sa bene quanto tutto possa cambiare nel giro di un giorno. Ma proprio per questo, dovrebbe cambiare anche il modo in cui si pensa la cura. Oggi esistono strumenti, evidenze, metodi. E il loro effetto dipende, prima di tutto, da chi li mette in pratica.
La demenza non si vince, ma si può affrontare. Non solo con farmaci, non solo con amore: con competenza, con attenzione, con il coraggio di uscire dalla routine. E fare davvero la differenza.






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