Il legame silenzioso: come la perdita dell’udito aumenta il rischio di demenza.

Negli ultimi anni, numerosi studi affidabili hanno evidenziato come la perdita dell’udito rappresenti un terreno fertile per la demenza.
I dati emergono da ricerche epidemiologiche e cliniche condotte da università e istituti medici di prestigio come Johns Hopkins, UCLA, NIH e JAMA.

Un’analisi su oltre 2900 adulti tra 66 e 90 anni rileva che circa il 66% soffriva di perdita uditiva misurata oggettivamente e di questi solo il 37% era consapevole del proprio problema. Tra gli esaminati una perdita clinicamente significativa dell’udito ha contribuito a circa il 32% dei casi di demenza sviluppati nel periodo di osservazione .

I meccanismi alla base di questo legame sono molteplici.
In primo luogo, l’udito compromesso costringe il cervello ad impiegare risorse cognitive aggiuntive per decodificare suoni ed evitare fraintendimenti, riducendo pertanto le capacità mentali disponibili per memoria e pensiero.
In secondo luogo, la difficoltà uditiva spesso comporta isolamento sociale: chi non sente bene tende a partecipare meno a eventi, conversazioni e stimolazioni intellettuali cruciali per mantenere attiva la mente.
Infine, risonanze magnetiche mostrano come la deprivazione sensoriale favorisca atrofie nelle aree cerebrali dedicate all’udito e al ragionamento.

Ma c’è una soluzione: indossare apparecchi acustici riduce significativamente il rischio di demenza. Uno studio NIH ha osservato un rallentamento del declino cognitivo fino al 50 % in soggetti ad alto rischio dopo tre anni di utilizzo . Inoltre, un’analisi su 2400 persone oltre i 65 anni ha mostrato una riduzione del 32 % nella prevalenza di demenza tra chi utilizzava amplificatori .

Questi risultati confermano che ascoltare bene non è solo questione di qualità della vita, ma un intervento concreto per contrastare la demenza. Il rapporto della Commissione Lancet del 2020 ha categorizzato la cura dell’udito tra i fattori modificabili più rilevanti per prevenire la demenza, stimando fino al 9 % dei casi potenzialmente evitabili.


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